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Questi sono i "lunghi" di Arabesques, una sorta di antologia. In apertura, riproponiamo un delizioso pezzo scritto da Daniela Toti già apparso sul "vecchio" Chichi alla fine del 1992 e che è anche un non velato omaggio alla figura indimenticata e indimenticabile di Giovannino Guareschi, il papà di Peppone e Don Camillo.

MONDO PICCOLO

C'erano quelli del Boscaccio che non potevano vedere quelli dell'Arginone. C'erano quelli del Fontanaccio che guardavano biechi quella della Torretta. Il perché era spesso dato dal fatto che uno di una banda si innamorava di una ragazza dell'altra banda. Se aveva l'impudenza di manifestarle il suo sentimento, spesso veniva rispedito a casa con un tabarro di legnate (gentilmente offerto dalla banda della ragazza) e il caso non era più personale: un paese aveva recato offesa all'altro e si entrava sul sentiero di guerra. Guerra peraltro combattuta per lo più a suon di randellate. Questo accadeva nel Mondo Piccolo di Guareschi.
Anche il nostro era un Mondo Piccolo. E c'era Asmara e gli Asmarini. E c'era Addis Abeba e gli Addisabebini. E spesso gli Addisabebini erano ex Asmarini trapiantati. E la rivalità era grande. Se un ragazzo di Addis arrivava ad Asmara, catalizzava l'attenzione delle ragazze, se una ragazza di Asmara arrivava in quel di Addis, i corteggiamenti erano serrati. E viceversa. E la rivalità aumentava. Asmara era forte nel Circuito, Addis era forte nel Rally. Asmara aveva Massaua, Addis Langano. Addis era più cosmopolita, Asmara selettiva. Tant'è, le frecciatine e le provocazioni si sprecavano.
Poi gli Asmarini persero Asmara e gli Addisabebini persero Addis Abeba. E a tutti rimase quel vuoto, quell'essere privati ingiustamente del proprio habitat. E tutti furono costretti a impegnarsi nella conquista, faticosa, di uno nuovo. Ma sia Asmarini che Addisabebini avevano in comune il mal d'Africa e la passione per lo zighinì, o wot che dir si voglia.
Mi si consenta un applauso a questa riunione in comune (nel settembre del 1992 si svolse a Rimini un raduno congiunto di Asmarini e Addisabebini, n.d.r.). Qualche frecciatina è stata detta, qualche sberleffo è stato fatto ma solo per rimanere nello spirito della tradizione. Il fatto vero e importante è che apparteniamo tutti originariamente a quel Mondo Piccolo. Meditiamo, gente, meditiamo.
Daniela Toti

BORSA MERCI TELEMATICA
Stabili i listini della frutta, ribassi per gli ortaggi

Rilevazione trimestrale del C.C.C. (Camera Commercio del Chichingiolo), da produttore/commerciante del bassopiano a consumatore. Merci franco magazzino grossisti Santulli, Cera, De Nadai, Pollastri, Casciani, Alabù Management.

Le contrattazioni dei prodotti continuano a mantenere un livello di quotazioni abbastanza equilibrato. Molte conferme, qualche flessione e qualche aumento, ma niente di verticale, dato l'andamento della stagione mentre i mercati all'ingrosso hanno confermato i rincari delle crusche.
Tra i nuovi arrivi sui mercati ci sono le banane del Bizen, con prezzi intorno a 1,50 il chilo per la pezzatura tigrata. Le anone sono ferme a 45-55 a pezzo mentre il mangus è risalito a 65. Continua la discesa delle papaie: le Mai Habar sono a 4,50-4,70, le Mai Aini a 4,20-4,30 e quelle del Mareb a 3,90-4,10. Qualche ritocco per gli zaituni che si avviano a chiudere la stagione. La pezzatura cherenina 37 è a 0,25 mentre la 26 di Tessenei è a 0,30. Il prodotto si intende in casse alla rinfusa. Sta aumentando l'offerta di casimiri con prezzi ancora elevati: i gaggirettini sono a 1,75, quelli del Villaggio Paradiso a 1,80-1,90 mentre gli Agordat chiudono a 1,90-2,10. Tengono invece le quotazioni dei fichi d'india: le varietà speciali precoci sono a 0,15-0,20, i fioroni a 0,7-0,10, i violetti sanati di Arbaroba a 0,5-0,8 e i rossi Dorfu di varietà dolce senza semi a 0,15. Il prodotto si intende in zembilli alla rinfusa. L'uva di Elaberet è ferma alla quotazione precedente (1,25) mentre tra i mandarini i Golden di Ghinda pezzatura 75-80 costano circa 1,00, i Delicious di Embatcalla pezzatura 70-75 sono a 1,25 e i Granny decamerini tengono il prezzo a 1,10.
Nel comparto verdure, in discesa i cavolfiori di Sembel, fatti salvi alcuni aggiustamenti tecnici legati perlopiù al costo di stoccaggio nei magazzini ad atmosfera controllata della stazione ferroviaria di Asmara. I carciofi senza spine Belesa sono fermi a 15-20 al pezzo, il violetto Acria è risalito a 25 mentre i funghi di Adi Ugri sono risaliti a 1,75 il chilo. Il radicchio tondo rosso di Dongollo denuncia forti ritardi della semina primaverile. Al di là dell'incertezza, l'opinione prevalente è che il listino per questo ortaggio abbia ormai toccato il fondo. Le melanzane ovali Valle Ghecchi sono a 0,60, quelle lunghe della piana di Sabarguma a 0,65 mentre i peperoni gialli della Piana d'Ala costano 0,90 e quelli rossi Nefasit sono in discesa frenata. In leggera ripresa i pomodori varietà Anseba.
Le contrattazioni dei prodotti ittici continuano a mantenere un livello abbastanza equilibrato. Le cernie bianche provenienza nord Dahalak confermano la lenta discesa, 3-4 al chilo di media le allevate mentre per quelle di mare si rileva una buona ripresa (5-6 al chilo). Leggera flessione per i calamari dell'Isola Verde, andando da un minimo di 6 sino ai 12 dei più grandi. Gamberetti di Archico, palamite e razze del Ghedem hanno mediamente guadagnato secondo peso contrattati a partire dai 3 e sino ai 6 al chilogrammo.
Non pervenute le quotazioni per i cerealicoli: dura, bultuc, taf, lenticchie e dagussà.
Segnali incoraggianti per il settore chichingioli che lo scorso anno, dopo la marcia indietro del biennio precedente, hanno registrato un aumento del 4%, superando secondo le stime dello studio Cavanna & Pollastri, i 5 milioni 300mila bacche.
[In collaborazione con Consorzio Zootecnico dell'Eritrea - 84, Ras Desta Damtou Av. tel. 11373]
(24.03.2003)

CARRETTI E CUSCINETTI A SFERE ...

Appariva dietro una curva, in discesa, sull’Asmara-Massaua, all’improvviso, lanciatissimo, lo “Schumacher” dell’altopiano, accovacciato sul suo traballante bolide, fatto di cuscinetti a sfera, quattro assi ed una cordicella fatiscente che fungeva da sterzo, il tutto tenuto insieme Dio solo sa come.
E, ogni volta, alla brusca sterzata e frenata di mio padre, seguiva la sua colorita imprecazione, sbottata con voce baritonale, ma subito smorzata e ridotta ad un mormorio indistinto, raggelata sul nascere dall’occhiataccia e dal monito severo di mia madre, “c’è la bambina!”.
Ma io, volutamente ignara del breve scambio di battute tra i miei genitori, stavo accovacciata, col naso incollato al vetro posteriore della vettura, a seguire la carambolesca discesa, affascinata, quasi ipnotizzata dalla velocità e destrezza del corridore in erba.
Questi, espressione concentrata, occhi strizzati contro il vento, narici dilatate, scendeva a rotta di collo, sfiorando il ciglio dei burroni, incosciente o incurante, con sulle labbra tirate un misto tra sorriso e ghigno di sfida all’ignoto. Lo seguivo, allungando il collo, per quanto me lo consentivano curve e tornanti; trattenevo il respiro all’apparire di improvvisi sbuffi di polvere, sollevati dal cuscinetto a sfera esterno quando, in curva, sfiorava il terriccio oltre l’asfalto, così vicino al vuoto…al nulla!
E quando, alla fine, lo perdevo di vista, ci rimanevo male, come se gli avessi fatto un torto: quello di non poterlo attendere al traguardo, per applaudirlo come si fa con i campioni veri.
Provavo anche una punta di invidia per la sua esuberanza, per l’esaltazione e la felicità che sprigionava. Avrei voluto anch’io imparare a pilotare quel trabiccolo semovente, per provare la stessa ebbrezza; avrei voluto farmi insegnare i trucchi del mestiere per assaporare le stesse emozioni …e forse, così, carpire il suo segreto: l’essere felice con poco, molto poco.
Elvira Romano
(maggio 2003)

IL SOLDATO X (Asmara, estate 1992)

Giaceva, bocconi, la divisa, quella dell’esercito etiopico, scolorita dal tempo, con le braccia tese e la testa leggermente girata di lato, così come lo aveva colto la morte. Delle gambe ne rimaneva una, l’altra la trovammo poco più in là, seminascosta da un cespuglio, con ancora lo scarpone attaccato. Al mio sguardo interrogativo, mio cugino rispose, laconicamente:”Zibyi ­ iene”.
Doveva essere stato di statura medio-alta questo soldato di cui rimanevano solo le ossa calcinate, a pochi metri dalla trincea. Era forse lì che stava correndo a cercare rifugio quando la pallottola fatale l’aveva colto, in mezzo alla schiena. Sulla giacca si distingueva, ancora, il punto d’entrata del proiettili, tra le scapole, un foro rotondo, ben delineato, con la stoffa bruciacchiata e annerita tutt’intorno. Un colpo secco, la morte, probabilmente, istantanea.
Era stata un’idea di mio cugino portarmi a fare un’escursione nei dintorni di Asmara. Dopo 14 anni di assenza, era pur giusto farmi vedere cosa c’era o non c’era rimasto dell’Asmara dei miei ricordi. Non so neanche come arrivammo alle trincee che, simili a profonde e lunghe cicatrici scavate nel cuore dell’amba, ne deturpavano la nuda bellezza. Ci arrampicammo su per un sentiero ripido e roccioso; mia madre, un po’ affaticata, si appoggiava al figlio quattordicenne di mio cugino. Questi, seguito da me, faceva strada, indicandomi le trincee zigzaganti in tutte le direzioni, puntando il braccio ora ai cunicoli scavati nella roccia, ora ai bossoli vuoti dei proiettili, sparsi un po’ ovunque.
Ed ecco, all’improvviso, dietro una curva del sentiero, il soldato morto.
Ricordo distintamente il tuffo al cuore e la sensazione di paralisi alle gambe che si rifiutavano a proseguire. Il tumulto di impressioni dentro di me era quasi soffocante. Il primo istinto, subito represso, quello di fuggire a gambe levate. Dopotutto, non avevo mai visto niente di simile tranne che nei film. La mia conoscenza dei morti iniziava e finiva al camposanto e, tutt’al più, alla doverosa visita in sala mortuaria quanto qualcuno passava a miglior vita. L’unico scheletro di mia conoscenza, fino a quel momento, era stato quello illustrato nel libro di scienze. Poi, il riluttante approccio, curiosità mista a riverente timore, con la sensazione, quasi, di profanare una tomba. Il silenzio surreale era rotto dal fruscio del vento che sollevando lievemente i lembi della divisa lacera, creava, per un attimo, la macabra illusione di un guizzo di vita ancora serpeggiante tra quelle ossa.
In sottofondo, quasi da una lontananza abissale, mi giungevano, da una parte, le voci di mio cugino e del figlio che, accosciati, esaminavano da vicino i poveri resti; dall’altra, il mormorio delle preghiere di mia madre che, appoggiata ad una roccia vicina e tirato fuori il provvidenziale rosario, cercava di superare lo choc, alternando un’"ave maria" recitata in tigrino ad un "eterno riposo" in italiano, senza neanche rendersi conto di mischiare le due lingue.
Controvoglia, passo a passo, ricordo di essermi avvicinata al soldato.
Chi sei? Da dove vieni? Quanti anni hai? Che ci fai così lontano da casa? Eccoti qua, povera vittima della furia umana che ha disposto di te, della tua vita, soffocando i tuoi progetti, uccidendo i tuoi sogni. Chissà se avevi moglie, forse anche figli … E non sanno neanche dove sei. Domande e riflessioni silenziose le mie, destinate a restare senza risposta. Provavo pena, tanta pena per questo e per tutti i soldati falciati dalle guerre. Alla pietà, tuttavia, dapprima lentamente come un rivolo sottile, poi con una violenza da fiume in piena, si sostituiva la rabbia che cresceva e si gonfiava dentro di me, fino al punto da farmi male al petto.
Ah!,- pensavo-, potere, anche per poco, far cadere le catene repressive della ragione e dell’educazione ed aprire le porte all’istinto primordiale, lasciare al corpo la possibilità di accostarsi all’anima, senza remore, per farsene portavoce e dare così libero sfogo al dolore ed al pianto per l’ingiustizia di un destino crudele. Potere assecondare, come in un rito purificatorio, l’ancestrale bisogno di alzare le braccia al cielo per urlare il mio rancore, per ululare la mia impotenza, il mio risentimento, per imprecare contro la guerra ed i suoi creatori che si arrogano il diritto di disporre delle vite umane.
Purtroppo, però, nel nostro civilizzato mondo occidentale non sono ammesse manifestazioni così plateali, così primitive del dolore, tutto resta cristallizzato. Mi hanno insegnato a piangere furtivamente, ho imparato a nascondere la mia pena e, così, dietro una facciata composta e civile, resta, soffocato (e a che prezzo!) il dolore. Ricordo che, alla fine, a sopraffarmi non fu la rabbia, ma una, quasi benvenuta, stanchezza immensa, corollario naturale di emozioni profonde, tante, troppe.
E intanto la storia continua inesorabilmente a ripetersi con i suoi corsi e ricorsi. Il dio della guerra regna sovrano, con la falce ben affilata in resta ed uno sberleffo clownesco e vittorioso in viso, perché, dopo tutto, sa bene che gli uomini di buona volontà sono da tempo estinti, o quasi …
Elvira R.
(maggio 2003)


Dal suo ritiro spirituale in Africa Occidentale, l'Inviata molto speciale del Chichingiolo ci invia questa prima corrispondenza su

L'ALTRA MIA AFRICA

L'odore, dice l'ottimo Severgnini, è un termine neutro: il profumo è il fratello elegante, la puzza è la sorella sciatta. Mi piace. Dice anche che l'odore è evocativo. E sono arrivata al punto. Qui ogni odore, profumo e puzza, evoca ricordi.

La Plumeria:
A Cheren e ad Elaberet come a Melkasadi, nella valle dell'Awash. In ogni giardino le plumerie regnavano e regalavano, generose, profumo e bellezza. Cogli un fiore ed è un elegante e raffinato bouquet. Attenta alla goccia di latte che fuoriesce dal gambo, avvolgo la cima recisa con una salvietta e affondo il viso tra i suoi petali volando con i ricordi, quando, bambini, cercavamo i fiori chiusi da soffiare nei petali arricciati per riuscire a farli fischiare ... Qui li chiamano frangipane, e ci sono di tanti colori: bianco candido, bianco con il bottone giallo, tutti gialli, screziati di arancio, oppure rosa, e via via nelle tonalità più cariche del ciclamino. Ne ho un rametto fresco sul tavolo ogni giorno e riempio occhi e narici, quasi a farne una scorta per dopo la partenza.

Il mangus:
Per noi aveva la "us" finale, ma altrove è il mango, quasi volesse darsi un tocco snob, disconoscendo le proprie origini... io continuo a chiamarlo mangus, perché così l'ho conosciuto. Ce li portava ad Elaberet lo zio Alessio, che ne aveva tantissime piante nella Fornace dei mattoni di Cheren, e noi al mattino, ancora in pigiama, ci si sedeva sui gradini che dalla cucina scendevano in giardino, con la cassetta a portata di mano e si faceva colazione con questi frutti meravigliosi, lasciandoci scorrere il succo giù dalle mani, lungo i gomiti, inzuppando e macchiando i pigiamini, che poi rimanevano giallognoli perché il mangus è difficile da lavare via.
Qui li preparo invece tagliati a fette, per un più comodo consumo, ma metto con cura da parte i semi e, inosservata, li "ripulisco" tutti con l'antica accuratezza, lasciando che il succo coli, dalle mani, lungo le braccia sul lavandino della cucina inondando tutto l'ambiente del suo inconfondibile profumo.

L'incenso:
Questa chiesa ha la forma ad anfiteatro ed è ventilata, meno male, dato il clima tropicale. Le voci del coro sono speciali, a tratti un gospel malinconico e dolce e a tratti conosciuta musica sacra ma cantata in Wolof, la lingua locale, con l'accompagnamento dei tamburi Djambe. Mi lascio rapire dal suono polifonico di quelle voci non accorgendomi che il chierichetto ha portato al celebrante l'incensiera da accendere. Siedo tra i primi banchi, per cui vengo immediatamente avvolta dalla nube profumata: l'incenso mi catapulta immediatamente alla Scuola del Sant'Anna, nella chiesetta dove anche i banchi erano ormai intrisi del profumo dell'incenso. Il primo venerdì del mese si celebrava la messa e ci si comunicava. Digiune dalla mezzanotte, avvolte nella nube del fumo d'incenso, c'era sempre qualcuna che si sentiva mancare.
Al momento dell'offerta, una fila di bambini porta al celebrante dei cestelli contenenti riso, banane, patate, papaie, olio, zucchero, caffè … e la nuvola successiva di fumo profumato mi trasferisce al rito del caffè eritreo, dove il profumo dell'incenso non è complementare.

Il Neem e la Poinciana Regia:
Come ad Elaberet e Cheren anche qui i viali sono in prevalenza ombreggiati da piante di Neem e di Poinciana Regia. I neem frondosi sono nel periodo della fioritura. Immediatamente dopo il tramonto africano, quando la luce sta scomparendo e all'orizzonte si stagliano le silhouette della vegetazione torreggiata dalle palme, la brezza che gioca tra l'infiorescenza minuta e delicata inebria con la sua fragranza.
La Poinciana Regia qui si chiama Flamboyant o Fire Tree. Entrambi I nomi stanno ad indicare la fioritura rossa che, come fuoco, ricoprono l'albero come un manto regale. Pur non profumando, la vista che regala va raccontata.
D.T.
(16 Agosto 2003)


Rientrata dal suo giro in Africa Occidentale, nuovamente alle prese con la comoda vita occidentale, l'Inviata molto speciale del Chichingiolo ha trovato cinque minuti per inviarci questa corrispondenza su

L'ALTRA MIA AFRICA (II)

L'uscita in barca è programmata per le prime ore del mattino, risaliremo la foce del fiume e rientreremo in mare al primo braccio.
Spingere un motoscafo in mare alle 7 del mattino, con le ruote del carrello che affondano nella sabbia, non è uno degli sport più gradevoli: per fortuna ci aiutano una decina di elementi in ferro, 2,40 x 0,60, agganciabili, usati durante l'ultima guerra dall'aviazione americana per pratici atterraggi di servizio sulle spiagge del West Africa o per il rifornimento di carburante. L'Africa Occidentale ne è piena: li usano per tutto, dalle recinzioni alle pavimentazioni, ai ponticelli sulle canalette di scolo che sostituiscono la fognatura, persino sui ponteggi di palazzi da 6 piani in costruzione.
Quegli elementi permettono un più agevole scorrimento del motoscafo sulla spiaggia fino al mare.

Lasciamo il Centro Nautico di Luca, dirigendoci verso la foce, preannunciata dal colore fangoso dell'acqua che si immette nel mare da sempre. Le mangrovie contornano le sponde e, come le loro cugine dell'Isola Verde di fronte a Massaua, mi danno l'idea di piante schizzinose, che cercano di stare in punta di radici per non insozzarsi le estremità nel fondo limaccioso…
Risalendo il fiume, entriamo in quella che chiamo "la valle dei baobab". Dietro le mangrovie, infatti, dove il terreno è finalmente asciutto, svettano le Loro Maestà i baobab. In questa stagione la chioma è rigogliosamente verde e i "dillep" in maturazione pendono numerosi. Durante la stagione secca, a dicembre, sono invece completamente spogli e credo che sia proprio in quella stagione che è nata la leggenda del baobab che narra: quando Dio creò le piante, il baobab fu designato Re per la sua imponente bellezza. La cosa però lo insuperbì e divenne arrogante e presuntuoso. Dio allora lo punì, sradicandolo e ripiantandolo a testa in giù, sicché a svettare rimasero le radici … ed è esattamente così che sembra nella stagione secca! Non ora, comunque, perché con la ricca chioma e le braccia aperte, sembra pronto a raccontare la sua storia antica a chi la vuole ascoltare.
A Elaberet, dove abbiamo trascorso moltissime vacanze estive, c'era "il Baobab", giù verso il fiume Balua, vicino ai confini con l'azienda degli Acquisto. E come non posso raccontarvi cosa sia stato per noi "quel" Baobab? Era immenso, il liscio tronco con un diametro di … tre metri? Aveva delle fenditure e nodi che ci consentivano la scalata. I ragazzi avevano inchiodato del tavolame nelle zone dove la divisione dei rami lo consentiva, riuscendo così a creare delle comode piattaforme ad altezze diverse, e il risultato era un fortino a più piani, oppure un veliero, o anche un castello, secondo l'uso che ne facevamo nei nostri giochi fantasiosi …

Ma il motoscafo ha raggiunto un'ansa, e stiamo già tornando verso il mare.
Dapprima è un guizzo argenteo … poi sono due, tre, cinque! E finalmente capiamo con gioia immensa che abbiamo fatto un incontro eccezionale.
Sono 5 magnifici delfini, una famigliola composta da mamma, papà e delfinetto e da altri due imponenti esemplari adulti. Non riusciamo a parlare, tant'è la sorpresa e la loro bellezza. "Tursiopi!" grida Luca e a quel grido ci riprendiamo e cominciamo a scattare foto, mentre loro ci danzano intorno, sotto la barca, in fianco...
Prima della chiusura del Canale di Suez, la ditta F.lli De Nadai, dove lavorava papà, ci consentiva il passaggio per e dall'Italia a bordo delle proprie navi mercantili.
Esaurita nei primi giorni la curiosità per la nave e la vita di bordo, dopo aver percorso innumerevoli volte il breve tragitto poppa-prua-poppa, con il mare, e solo quello, a 360 gradi, la cosa più eccitante era proprio quando ci affiancavano i delfini. Appesa saldamente al corrimano, mi sporgevo il più possibile per poterli vedere. Numerosi, adeguando la loro velocità a quella della nave, ci accompagnavano per diverse miglia, deliziandoci con la loro eleganza e bellezza … proprio come fanno ora questi nostri cinque amici. Il piccolo, imitando i genitori, vuole farsi notare con un'elegante guizzo che lo fa emergere completamente. Riusciamo a catturare quell'istante con una foto. Quanto tempo è passato?
Bisogna purtroppo rientrare. Li salutiamo a malincuore, portando a riva l'entusiasmo dell'incontro.
D .T.
(2 Settembre 2003)


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